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  Georges Sécan (1913-1987), pittore francese (di origini ebraiche)

 


 

Dall'Enciclopedia d'Arte Italiana 2013:

SÉCAN Georges
G. Sécan (1913-1987) nasce a Bucarest figlio di un viceconsole francese e di una finlandese. Studiò belle arti a Parigi e a Monaco di Baviera, ottenendo vari riconoscimenti e vincendo importanti concorsi fin dall’età di 18 anni. Soggiornò a lungo in vari paesi europei ed extraeuropei, traendo da questi esperienze che lasciarono segni profondi sulla sua opera pittorica. Si è ispirato in numerose occasioni anche al paesaggio italiano. Mantenutosi al di fuori delle principali correnti artistiche così come del mondo delle gallerie e dei mercanti d’arte, è tuttavia riuscito a procurarsi fama internazionale in virtù degli aperti consensi riscossi fra i maggiori critici e fra il pubblico. Creatore di un nuovo genere di pittura che egli nel 1941 chiamò « Subform ». Il Tapié, ridefinì « Subformel » questo genere di pittura in cui l’artista tende a esprimersi scostandosi completamente da se stesso, nel tentativo di ritrovare un vecchio accordo perduto, quello dell’uomo primitivo davanti al suo semplice e più veritiero subconscio. Questo impegno si traduce talvolta nella trasfigurazione del paesaggio o semplicemente di una sensazione ritmica in immagini di una esasperata violenza espressiva che, come l’abbagliante intensità del colore, ha pochi riscontri nella pittura contemporanea.

QUOTAZIONI
Questo grande Artista, deceduto da oltre 25 anni , non ha mai avuto Mercanti o Gallerie di riferimento. Ciò è dovuto sicuramente a contrasti di carattere economico, che ebbe in gioventù, con queste tipologie di operatori artistici.
Diventa pertanto quasi impossibile dare una corretta valutazione economica a questo eccellente Maestro.
Possiamo solo ricordare che negli anni 70, nel periodo in cui venne invitato ad esporre con una Mostra personale al Palazzo Reale di Milano, subito dopo Picasso, le sue quotazioni a livello internazionale avevano raggiunto cifre ragguardevoli.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(dal libro “Subform Painting” di G. Sécan, pubblicato da Garzanti Ed.)

 

Arte-Vita di G. Sécan

  

L’Arte è proiezione di vita. Per parlare della mia pittura devo parlare della mia vita, del mio modo di pensare.

Si crede spesso che un pittore sia un gaudente, un libertino che si compiace tra i débauchés negli ambienti bohémiens, alla ricerca dei divertimenti più sfrenati. Io non ho mai fatto parte di simili gruppi e la mia vita stessa, fin dall’adolescenza, fu votata a ideali di virtù, a interessi artistici e filosofici, piuttosto che a cose materiali. Inutile ricordare qui, come ho già fatto in “Mes confidences”, i tempi in cui incontravo Brancusi, Picasso, Braque ed altri non ancora diventati “les monstres sacrés”dei nostri giorni, o le bizzarre “combines” del mercato dell’arte.

Non mi sono mai sentito di seguire uno stile o un modo di vivere che non fossero attinenti alle mie proprie convinzioni di idealista. Così sono rimasto quasi sempre isolato non solo dai pittori, dai loro circoli e correnti, ma ho evitato anche qualsiasi legame con mercanti o importanti galleristi, malgrado le loro insistenti sollecitazioni, proprio per amore della mia libertà e per le mie idee.

A sedici anni, posso dirlo, ero già pittore: i miei dipinti piacevano e all’Accademia di Belle Arti Julian, a Parigi, ero tra i più apprezzati.

Sono nato a Bucarest dove mio padre, francese,si era sposato con una romena  (di origine finlandese) che aveva due fratelli pittori.

Da uno di questi, che mi iniziò da bambino al gioco della matita e dei pennelli, avevo imparato insieme ai primi elementi tecnici dell’arte, quei principi di bene e di etica che dovevano avere una presa determinante su tutta la mia vita. Questo zio divenne presto la disperazione di mio padre il quale si opponeva drasticamente alla mia vocazione artistica perché voleva che anch’io, come lui’ mi dedicassi alla carriera diplomatica. Ma la mia ostinata passione per il disegno e anche per la musica mi faceva fare tali progressi che già a 14 anni, di nascosto, vendevo qualche quadro e componevo musica per il coro della scuola.

Mio zio era così entusiasta e sicuro del mio talento artistico che, un bel giorno, riuscì a portarmi a Parigi, all’insaputa di tutti e senza il consenso dei miei. Le solide, poche conoscenze di cui egli godeva tra i suoi colleghi mi furono provvidenziali quando, due anni più tardi, lo persi improvvisamente. La sua morte fu una vera tragedia per me. Gli dovevo tutto, sia come formazione morale che artistica. Poco a poco mi trovai in difficoltà finanziarie sempre maggiori che cercavo di nascondere per vergogna e per timidezza. Senza interrompere gli studi all’Accademia, ottenni di insegnare pittura in un pensionato femminile, dalle suore e, in seguito, proprio per la mia serietà e per gli ottimi risultati che le ragazze conseguivano, ebbi altre allieve a cui davo lezioni a domicilio. Tuttavia ero solo, senza un amico o un parente, incapace di organizzarmi e se, come qualche volta accadeva, si tardava di qualche giorno a pagarmi le lezioni, o se io stesso non arrivavo a vendere un mio dipinto, mi aspettavano giornate di completo digiuno. Cercare di avere sempre un aspetto decoroso, con i vestiti in ordine, era per me un altro motivo di preoccupazione quando, oltre tutto, mi mancava lo stretto necessario per il vitto. Però non mi davo per vinto, riuscivo a superare le difficoltà. Ero ottimista al massimo e non volevo piegarmi alle esigenze dei galleristi. Godevo solo della libertà, che allora era anche isolamento. I miei pensieri mi staccavano dal senso pratico della vita, dalla realtà, e il significato della previdenza mi era ignoto.

Quando vendevo le mie opere il denaro non mi sembrava mio se non spendendolo, soprattutto per l’acquisto di libri, e rimanevo presto senza un soldo. Oltre la grande passione per l’arte, mi sentivo portato alla ricerca di qualcosa al di là di me stesso. Se dipingevo all’aperto, davanti a un suggestivo paesaggio, mi lasciavi trascinare in prolungate meditazioni, mi smarrivo con lo sguardo e con lo spirito oltre i limiti dell’orizzonte. Sentivo che l’arte mi dava il senso di un’esistenza più vera che superava l’artista, incitandomi a una vita più profonda, a un “surplus” dell’animo. Amavo leggere i libri dell’antica filosofia greca ed ero spesso assillato da problemi metafisici. Sovente, svegliato in mezzo alla notte,rimanevo a lungo nel buio a cercare di capire il mistero del Creato e cosa “nascondesse sotto il suo manto di sconosciuta – come annotai allora – questa esistenza incollata a me, questo “io” da cui dipendevo ciecamente.”

Ai miei angosciosi problemi trovavo solo una risposta: “La vita è niente, l’uomo è nessuno, tutto è strettamente legato al Nulla. Un Nulla supremo il quale, malgrado il suo diritto di “essere” prima di qualsiasi cosa, era inconcepibile, non poteva esistere se non incollato al Tutto.” Così, pensavo che nell’universo vige in eterno la legge di Equità:Nulla-Tutto.

Erano pensieri che mi tormentavano – nonostante la mia fede in Dio – mentre nella grande e crudele Parigi ero forse tra i più poveri e solitari studenti di Belle Arti.

Per di più dovevo viver nascosto dai miei che mi avrebbero riportato all’ovile e impedito nella vocazione di pittore. Dovevo cercare di non dare mai nell’occhio né alla Polizia, né a nessuno, dato che ero minore, partito da casa senza il permesso dei genitori, senza documenti. Dovevo fare sempre bella figura, nascondere la povertà. Non vivevo come un giovane e, ballare, cercare le distrazioni, le ragazze, partecipare alle riunioni scalmanate dei miei colleghi, sembravano cose proibite a me, in quei giorni di studio, di filosofia e ristrettezze.

I miei pensieri interessavano poco i miei compagni di Belle Arti, che si davano da fare intorno alle gallerie, ai critici, alla furbastra ricerca di uno stile di successo. Inoltre essi avevano già le loro abitudini, i divertimenti, le amicizie, la famiglia, ed io rimanevo “lo straniero”, anche se ero francese come loro.

Per arrivare a una vita più conforme a me stesso, più autentica, per sottrarmi alla sciocca ufficialità, alla morsa delle false e servili convenzioni, ed ai mercanti che reclamizzavano solo le “scuderie dei propri pittori”, decisi, i vista di un eventuale abbandono di Parigi per lontani viaggi, di perfezionarmi al massimo nel mio talento di pittore.

Oggi posso dire che, grazie a questa decisione, sono riuscita presto ad affermarmi nel mio lavoro senza l’aiuto di nessuna galleria, di nessun mercante. Anzi, a poco a poco, ingannato e deluso da un gallerista rapace, nutrii una specie di rancore per tutti, onesti compresi, ed in seguito non ho mai più accettato di dividere i miei ideali con loro, di sacrificare i miei sogni, di lasciar sovrapporre alle mie tendenze di artista la fredda e meccanica praticità delle astute organizzazioni di mercato.

Ciò ebbe un’infinità di conseguenze sulla mia vita. Però questa determinazione, dal punto di vista artistico e umano, mi fu preziosa. Le forze propulsive le ho trovate in me stesso, nella passione per l’arte.

Ed è così che mai ho concesso opere mie a galleristi o mercanti.

Già isolato per le mie idee e dai colleghi e dalle gallerie, cominciò per me, prima ancora di partire per il mondo, la solitudine con tutte le sue amarezze. E, curioso destino, durò tutta una vita, senza famiglia, casa, affetto, sempre ovunque come straniero.

E il mio destino di solitario e di straniero continuò così per tutta una vita: da Parigi alle tante, tante altre città dove il destino mi portò.  D’altronde, appassionato di filosofia come ero, appresi a estraniarmi anche da me stesso, prima con l’atarassia – uno stato d’animo sereno, al riparo dai turbamenti – e poi con quel genere di Zen che me ne derivò, per poter dipingere e isolarmi, in qualche modo, dai chiassosi ambienti in cui mi trovavo e dall’assillo delle preoccupazioni.

Le circostanze hanno voluto che, dopo Parigi, una gran parte della mia vita trascorresse in Oriente. Il mio carattere schivo e mite, incline alla tolleranza, si asservì ancora di più al rispetto e all’amore del prossimo, alla generosità, il che, purtroppo, mi portò anche molti dispiaceri.

Per chi non ha vissuto in Oriente è difficile capire come, soprattutto se si ha la sensibilità di un artista, se non si è pessimisti o irascibili, né troppo egocentrici, in quei luoghi ci si senta naturalmente spinti verso virtù e valori di bene, verso la bontà del pensiero, e quel qualcosa di stupendamente prezioso che è il vero altruismo. Forse si arriva a cogliere metafisicamente da un sole più ardente e da un cielo più blu dei soliti cieli d’Europa, toni e messaggi più elevati e spirituali.

In quei giardini sempre verdi, con quel sole che esaltava la vita c’era qualcosa di inebriante nell’aria che incitava a fare del bene.

Negli anni in cui fui pittore alla Corte del re Faruk ero molto richiesto come ritrattista, dalle famiglie più altolocate e il successo e il denaro mi permettevano di vivere agiatamente. Mi occupavo di molti Istituti di Beneficenza e, tra l’altro,divenni socio attivo nel Comitato dell’Orfanotrofio di Heliopolis-Cairo. Quando non si sono assimilati i modi di pensare e di sentire, comuni in quasi tutto l’Oriente, come sembrano assurde certe situazioni che derivano proprio dal fatalismo, dallo spirito di remissione e dagli  eccessi di indulgenza orientali!

A me, parecchi guai capitarono proprio per esserne stato influenzato. Mi affezionai tra le altre a una bambina di neanche tre anni, taciturna, sofferente, che camminava a malapena, la cui madre, anche se era di origine italiana, durante la guerra ed anche dopo lavorava nei bar e nei luoghi frequentati dalle truppe alleate. Sua figlia, viveva in un ambiente talmente inadatto a una bambina che decisi di occuparmene. Dovetti in seguito, col passare degli anni, rendermi conto che il bene che avevo fatto a quella bambina e a sua madre non aveva mai creato in loro il minimo segno di riconoscenza ma, al contrario, entrambe mi causavano vergogna e dispiaceri.

Solo nell’arte e nelle meditazioni solitarie trovavo consolazione e rifugio. E’ da pochi anni che, infine, si è conclusa la mia esistenza tra pensioni e alberghi. Mi sono sposato solamente nel 1972, ed ho trovato per la prima volta il senso confortante di una casa, di una famiglia che mi hanno dato una felicità prima sconosciuta.

Ma è vero che la solitudine mi fu fonte di meditazione e di raccoglimento. Più ancora della mia vita furono i miei pensieri a portarmi gradualmente alla pittura SUBFORM.

Compiuti i miei studi all’Accademia Julian, mi ero perfezionato ancora per un anno a Monaco di Baviera ed ero ritornato a Parigi. Qui, grazie ai generosi Rothschild e a Waldemar George, il più autorevole critico d’arte di quei tempi, le mie opere divennero presto ricercate.

Mentre per eseguire un paesaggio evitavo la tecnica e l’abilità per lasciarmi compenetrare e inebriare a lungo dal senso di mistero, dal cielo senza fine, cercando di dipingere solo in reazione alle sensazioni captate, nello studio mi abbandonavo alla pittura astratta, mi lasciavo guidare dalla fantasia, dagli impulsi, dalle emozioni del momento, non senza frugare in me, ansioso di captare e trasmettere sulla tela qualche percezione sensoriale, chiave di questa nostra condizione umana, di questo enigma: esistere.

 Fu da mio zio pittore che imparai a guardare meglio in me stesso. In un angolo del suo studio egli teneva un cartone sul quale era scritto “ Cerca di essere te stesso”, massima che mi ricordava sovente. Gli premeva essere più attento ai moti dell’animo che alle capacità tecniche. Così, questo precetto, tanto caro a lui, poco a poco mi spronò a una ricerca dell’autentico significato dell’essere.

Ciò che mi indusse però a una più completa introspezione fu la lettura del famoso Manuale di Epitteto.  Quei precetti di vita tanto apprezzati da Marc’Aurelio, da Pascal, da Bonaparte, resero meno precaria la mia esistenza, trascorsa quasi interamente da un Paese all’altro, con quel sentimento di persona isolata, proprio dello “ straniero” ( del “tubab” come reo chiamato nel Senegal, oppure del “ European” come ero chiamato in India, del “ Karedjì”, del “ostaz”, del “ houaga” in altri Paesi).

Fu il Manuale, modificato secondo la mia sensibilità di artista al fine di evitare l’egocentrismo degli stoici, a portarmi all’imperturbabile stato d’animo dell’atarassia, che fu tanto influente nella mia formazione morale e pittorica.  Credo che le ricerche interiori non servano solo ad approfondire le nostre facoltà di pensiero, ma arricchiscano l’animo di nuove facoltà percettive e ci portino ad un grado estremo di recettività.

Fin da bambino, cime sentii spesso dire, mi piaceva guardare a lungo il cielo stellato e i miei primi desideri furono di avere al luna, le stelle e gli alberi.  Forse per questo nei miei paesaggi di una volta manca raramente l’albero, non tanto come tratto d’unione tra la terra e il cielo, quanto come liberazione psichica, o come gesto di ribellione.

Come ho già detto, ho sempre cercato un perché al mistero del Creato.  Si legge nella Bibbia  e nelle mitologie che “… prima fu il caos…” identificando il caos, lo spazio, con il Nulla.  Per me lo spazio non era affatto il Nulla, anzi, nella sua essenza così semplice e autentica era una delle strutture più straordinarie dell’Universo: Si prestava a far da contenitore a qualsiasi cosa.  Nella mia mente di adolescente, mi convinsi che tutto nella natura si conformava ad una specie di Equilibrio dialettico, ad un genere di “ Equità” e che le nostre scienze più esatte, tanto provate e riprovate nella loro infallibilità, si erano sviluppate conformi a questa regola.

Mi rendevo conto che il Tutto tendeva al Nulla, che si annodava con Nulla.  Il Sì con il No, il definito con l’indefinito, l’ante con il post.  Un’asserzione era sempre in funzione della propria negazione, come lo è per ogni vita, per ogni cosa determinata.  E se l’Universo rispecchia il suo Creatore – ingenuamente pensavo – anche Egli dovrebbe, evitando usurpazioni, essere composto di due forze uguali, in contrapposizione dialettica: “ il Creatore-Noncreatore”, il Signore del Sì e il Signore del No.  Così, in questo connubio di contrari che tutto annulla, mi chiedevo, non sarebbe più naturale che ci fosse al mondo solo il Nulla assoluto in tutta la sua suprema purezza.  Ma come far esistere ciò che è l’inesistenza stessa? Ci vorrebbe uno Spazio-zero, che non possa contenere la minima cosa né in sé, né intorno a sé, e un Tempo-zero affinché possa durare in eterno, svincolato dal presente come dal futuro.

Ma questo Spazio-zero e Tempo-zero non sono concepibili.  Il Nulla assoluto, non avendo né Spazio dove piazzarsi, né Tempo per durare, non può esistere da solo.  E se non può esistere nella sua unicità, esiste nella molteplicità, legato al Tutto, nel Nulla-Tutto.   Nello spirito dell’Equilibrio dialettico che regge l’Universo, ogni affermazione si conferma attraverso al sua negazione.  D’altronde il Nulla-Tutto non si confonde con il Nulla?  Negli anni dell’adolescenza questi pensieri vivevano in me come grotteschi personaggi da romanzo.  Cercavo perfino, con ardui ragionamenti, di svuotare il mondo di tutto il Creato; quando non c’era più niente, rimaneva però lo Spazio, il meraviglioso contenitore impossibile da scartare, impossibile da eliminare con qualsiasi immaginazione.  E rimanevo meravigliato di percepire nell’impenetrabile Nulla, che avrebbe dovuto avere suprema priorità su tutto il Creato, un simbolo divino, un’avvincente purificazione del mondo nell’assoluto.

La sua impossibilità di esistere da solo sembrava pesare sul Cosmo come una sorta di “ peccato originale”, in una continua espiazione, nell’alternative esistenza-non-esistrenza.  In tutto si avvertiva il senso dell’annientamento, perfino nei momenti supremi di spiritualità, dell’amore, dell’estasi contemplativa… Quasi che fosse lo stesso Nulla a imporsi a tutto il Cosmo, a tutta questa universale Torre di Babele, costruita su contrasti, come la sola cosa meglio definita: come Equilibrio dialettico, come un genere di Coscienza metafisica.  E’ su questo Spirito dell’Equilibrio, pensavo, che tutto si costruisce e si distrugge nella Natura.

Il Tutto nel Nulla, era una cosa nell’altra, dallo spasmo della fame ai brividi di amore od i morte, tutto sembrava dominato dalla brama di colmare un vuoto; dalla brama di mezzo mondo di divorare l’altra metà per vivere, per sussistere.  L’Universo è eterno, senza inizio, ma, poiché come regola fondamentale, il primo elemento occorrente a una cosa per esistere, anche al Nulla, sarebbe stato di trovare uno Spazio dove piazzarsi, la natura porta in sé l’irresistibile necessità di compenetrare una cosa in un’altra cosa, cioè la necessità del Movimento, legge eterna della creazione e della vita.  D’altronde, mettere o togliere nascere o morire, deve essere tutt’uno per l’imparziale Equilibrio che non trova meglio, per sistemare le cose, che mescolarle all’infinito l’una nell’altra.  Una fuga continua, una protesta contro qualsiasi cosa definita.  Questa formula Una-cosa-nell’altra, così puerile come principio, non contrasta con le leggi fondamentali della Natura.  Tutte tendono ad essere il più possibilmente vicine all’insignificante, al Nulla.  Tutto tende a sfuggire, a sottrarsi alla realtà.  Ciò si vede anche nella continua trasformazione delle cosa.  Un bosco incendiato, inghiottito dai terremoti, dai crolli, dai millenni di anni, diventa carbone, diventa petrolio, brucia, si evapora ecc., per l’eterno principio di “ non essere ciò che è”.  Anche il tempo riflette il Nulla col suo presente che nell’attimo in cui affiora è già passato, e col suo inafferrabile futuro.

“ E’ possibile” mi chiedevo, “ che a un così straordinario Creato accada, come a ogni creatura, la stessa grottesca sorte di esistere per il Nulla?”

In quegli anni di fantasiose meditazioni mi ero immaginato lo spazio formato da un’infinità di puntini che frugavano in loro stessi, alla ricerca del più piccolo possibile.  Erano come delle spirali convergenti che si avvinghiavano sempre più infuocate, vertiginosamente verso uno spazio sempre più stretto.  Vicino all’intoccabile Nulla, scoppiavano e ritornavano in senso contrario verso uno spazio più grande ove venivano subito incorporate dalle altre spirali convergenti più forti.  Le spirali, scontrandosi e inglobandosi tra di loro, nel differenziare i vari gradi di densità e di potenza dello spazio, finivano per essere la materia.  Pensavo che nello spazio c’erano da sempre e continuavano a formarsi nuovi sistemi solari come il nostro.  Non erano ragionamenti che pretendessero di intaccare le opinioni religiosa – la fede è un sentimento dell’animo che si possiede come un’autentica risonanza di se stessi.  Certi popoli hanno una visione religiosa del Nulla.  Per un i8ndiano, ad esempio, come mi confidò il poeta Tagore nel 1936, il Nulla è quasi una parola sacra.  Sono cose impossibili da spiegare a un occidentale.  Mai come in certi templi indiani il presente si rifiuta al tempo e l’animo tende a sollevarsi nell’Infinito, nella sete dell’Inesistente.

Anche pensando all’Oriente più vicino a noi, non è facile descrivere quel senso di vuoto metafisico che si crea intorno alla voce del “muezzin” appena egli invoca l’ “Allah u Akbar” ( Dio è grande), chiamando dall’alto della moschea i fedeli alle loro umili preghiere.  E con così poche note, con tanta armoniosa musicalità:

Quante volte, prima di eseguire un paesaggio dal vero, mi sono sentito sconvolto da questa emozione che dà l’infinito dei cieli! Fissavi un punto lontano e poi, con l’immaginazione, spostando lo sguardo verso un punto ancora più distante - e così di seguito – arrivavo a smarrirmi nell’estasi di una sensazione nuova, trascendente.

E poiché sapevo che dalla luce ai colori, dai suoni agli ultrasuoni, tutto in natura era organizzato sull’intensità delle onde, mi sembrava di sintonizzarmi con un’onda metafisica nel Nulla, nell’Infinito.  Mi sembrava di evadere oltre il mio essere e intuivo che in noi c’è il magico riflesso dell’ante e del post vita e che il Nulla è proprio l’ideale al quale ogni vita aspira inconsciamente.

Anche per pensare profondamente a Dio, per esprimere la mia umiltà nella preghiera, dovevo fare  un certo vuoto in me, annullare ogni istinto egoistico, partire dal vuoto, dal Nulla.  Mi pareva di essere come un  uccello che deve sbattersi le ali bagnate prima di volare.  Solo facendo il vuoto in me potevo avvicinarmi meglio al misterioso Spirito divino, alla forza sconosciuta che sembrava mascherata dal Nulla.

Martiri cristiani, anacoreti, santoni indiani, zenisti hanno trovato i migliori momenti del loro pensiero, della loro fede, nell’assoluta ricerca dell’aldilà dell’esistenza, nella sublimazione del vuoto.  Di quella viduità che comincia con un respiro profondo dell’animo ed ha sempre qualcosa di nuovo, di fresco, come nei fenomeni della natura, qualcosa che ti alleggerisce della banale pressione vitale.  Forse captando un fluido smarrito di questo misterioso Nulla fisicizzato, l’uomo si supera, sfiora l’ideale di sintonizzarsi col sublime in un Dio supremo che annulla l’assurdo del Nulla-Tutto.  Dal Manuale di Epitteto, che è una specie di riassunto morale della filosofia stoica, ho imparato a praticare l’atarassia.  A Parigi, come ho già detto, al tempo in cui frequentavo l’Accademia Julian, alternavo gli studi con lezioni che davo a domicilio a diverse allieve.  In quegli anni, molti genitori preferivano non mandare le ragazze nelle Accademie, e così, dovendo spostarmi spesso, e qualche volta da un capo all’altro di Parigi, nei lunghi percorsi mi esercitavo  all’atarassia.  Arrivavo ad immergermi in uno stato d’animo sereno, al riparo da qualsiasi turbamento esterno; mi lasciavo influenzare unicamente dalle cose che dipendevano da me ( lo stato d’animo, le opinioni), tralasciando tutto ciò che non dipendeva da me, in quanto al di fuori di me stesso.  Mi condizionavo attraverso due stadi:

1 – Il controllo dello stato d’animo in un immaginario cerchio di isolamento e di difesa.

2 – Il controllo, in un cerchio più grande, di ciò che avrebbe potuto infiltrarsi nella zona già controllata.

In seguito, intensificando la concentrazione dopo questi due stadi che a me davano l’atarassia, andando oltre il secondo cerchio, arrivai a confondere questo stato d’animo col Nirvana, con Nulla.  Ma qui era già la transpresenza, un genere di “ viduità” come la chiamano in Oriente, che dovevo scoprire meglio qualche anno dopo.  Più è vasta la zona di percezione intorno all’animo, più esso si eleva.  Questo controllo è come una crescente pressione che scava profondamente il nostro essere.  Tutto è però in funzione di una concentrazione che va intensificandosi.

Con questi tre stadi di concentrazione, gradualmente,  mi avviavo alla pittura subform.

Era una pratica, la mia, ben diversa dall’atarassia degli antichi stoici che portava anche all’insensibilità e all’egotismo.  Avevo solo da sottomettermi a un profondo controllo di me stesso, selezionando le mie sensazioni.  Pensavo con maggior lucidità, ero meno schiavo delle cose ed ero fiero di sentire profondamente il significato del precetto delfico:” Conosci te stesso.”

Ma, nel 1932, un avvenimento inatteso mi colpì brutalmente e mi fece capire in modo concreto la nostra degradante realtà: l’Assurdo.  Fu la scomparsa di una mia allieva.  Era  un sabato pomeriggio e, mentre andavo a casa sua per la lezione, mi accorsi – e con quanto raccapriccio lo notai più tardi – di canticchiare il banale motivo della Marcia funebre di Chopin.  Suonai alla porta e mi apparve una persona mai vista prima.  Tutto mi sembrò insolito.  Anche l’entrata era immersa nell’oscurità, mentre solo pochi giorni prima, alla precedente lezione, come ogni volta, mi aveva accolto la ragazza.

“ Sono il professore di pittura,” dissi allo sconosciuto.

Sentii allora una voce soffocata dall’interno:

“ E’ stata sepolta ieri… il tifo…”

Solo per la strada, con l’ossessionante Chopin ancora negli orecchi, cominciai a capire.  Fui preso da un profondo tormento, e mi accorsi solo allora che per quella ragazza, mia allieva da quasi un anno, avevo un sincero affetto.  L’indomani, a un piccolo ufficio, all’entrata del cimitero dove andai a cercarla, ricevetti un biglietto con il numero della fila, del rango, della tomba…  Trovai il suo nome su un piccolo rettangolo di terra appena rimossa e vi deposi le mie prime rose offerte a una ragazza.  In quell’angolo deserto di cimitero, dove in seguito spesso ritornavo, nella pace di tutte quelle anime, qualcosa di ineffabile mi confondeva con loro.  In me avvenne un profondo cambiamento.  La mia povera filosofia si concretizzava non per accettare la morte – anche oggi mi rifiuto a questa idea – ma l’Assurdo, il Nulla.

Nel profondo silenzio che compenetrava ogni cosa i miei pensieri si acuivano.  Mi sembrava persino di percepire l’addio dei petali che si staccavano mestamente dalle rose, mentre in me, dolcemente, rivedevo quell’essere caro, contemplavo i suoi occhi luminosi, le sue mani, attraverso la terra e i fiori che la coprivano.

Era la prima volta che mi trovavo davanti a quest’altra faccia del destino umano, ed anche in seguito, nella mia vita solitaria, senza parenti o protettori di sorta, e senza paese, rimasi sempre distaccato non solo dalla morte e dai cimiteri, ma forse anche dalla mia stessa vita.

Improvvisamente mi resi conto che la realtà era condizionata e che il Nulla era la vera chiave di tutto.  Davanti a quelle tombe mi chiedevo:” Che sia l’Inesistenza, il Nulla, l’ideale prezioso al quale ogni creatura inconsciamente tende e che abbiamo perso nel vortice della vita? Forse ci raggiungiamo solo nella morte? “ Trovavo equo che Dio fosse sostanza del Tutto come del Nulla e che il nostro destino fosse anche il Suo…

Cosa può significare, mi chiedevo, essere bello e buono o brutto e cattivo, quando tutti soffrono e muoiono nello stesso miserabile modo? O, forse, sulla fronte del grande Jupiter è inciso questo epitaffio, che starebbe così bene a ognuno di noi . Mort ou vif, Méchant ou bon, j’ai un seul nom : Contradiction...

Queste righe credo di averle scritte proprio all’uscita del cimitero, in uno di quei caffè tranquilli di una volta , “ home” famigliare di tanti solitari.

Dopo questo triste avvenimento mi sentii più che mai disgustato dall’ambiente nel quale un pittore doveva farsi strada.

Decisi di partire da Parigi. L’Oriente mi attirava e colsi l’occasione di andare in Egitto per importanti ritratti. A Khartum, dove tempo dopo mi recai, scoprii la transpresenza che da me derivava dall’atarassia.  Per isolarmi meglio nel lavoro, arrivai, intensificando la concentrazione, a escludere completamente ciò che mi circondava, a ridurre tutto al Nulla.  E quando, dopo diversi sforzi, riuscivo a sintonizzarmi anche con il vuoto che facevo in me, cominciavo a dipingere.

Solo così arrivai a portare a termine l’impegno preso con Abbas Pascià per tutta una serie di dipinti che dovevano ornare la sua villa.  Il caldo tropicale mi opprimeva, e poi, mi trovavo nell’Oriente dell’anteguerra con tutti i suoi comodi precetti di vita, con il suo fatalismo, con il suo famoso “ Maàlesci!” ( tutto va bene!).

Nel quartiere dove mi trovavo, dalla mattina alla sera si sentiva solo musica indigena che, se da principio mi urtava, ben presto mi conquistò al punto da indurmi a studiarla con zelo.

Erano ingegnose cantilene che trasmettevano indolenza e torpore; mi resi conto quanto erano fondato gli scritti di Aristotele circa l’influenza della musica sul carattere e quant’era giusta l’antica legge greca che proibiva certe musiche. L’ambiente agiva negativamente su di me.  Dipingevo solo di notte, con l’impiego di grosse lampade portatili ( à kabrit) comuni in Oriente.  E’ lì che cominciai a preparare i colori su un grande tavolo con il ripiano trasformato in tavolozza – anche i telai erano sistemati orizzontalmente.  Disposti i mucchi di colori, le lampade e tutto l’occorrente, prendevo una grossa pennellessa a peli corti, per poter sfruttare anche la sua ghiera metallica e, pronto a dipingere, mi concentravo per isolarmi nella transpresenza.  In quell’ambiente inadatto alla mia pittura, dovevo sforzarmi parecchio per ottenere questa indipendenza spirituale ed era per una certa reazione che cominciava il mio lavoro, appena raggiunta la transpresenza.  Così, prima di dipingere, non solo si cancellavano dal mio animo i risentimenti e la confusione di cui ero circondato, ma si manifestavano in me, nella passione dell’arte, nuovi e vigorosi impulsi.  Presi l’abitudine di lavorare sovente di notte, sempre in questo modo, e la facilità con cui ormai potevo immettermi nella transpresenza, che gradualmente approfondivo, più di una volta mi diede delle vere soddisfazioni interiori. 

Più tardi in India, conobbi numerosi praticanti dello Zen e del Mandala e fui sorpreso di vedermi non meno iniziato di loro alla viduità, a parte l’interpretazione religiosa.  Forse per questo U Thant, che prima de essere segretario generale dell’ONU fu anche monaco Buddista, con il suo enigmatico sorriso chiamò “Zen-Sécan” la mia viduità, trovandola assai personale.  Questa mia autocontemplazione prima di dipingere, coincideva in certi punti con le discipline filosofiche che dalla Cina si  diffusero in India, in Giappone, in centinaia di scuole e di conventi.

Insegnavano e insegnano tuttora norme atte a potenziare le proprie facoltà spirituali e fisiche, accumulando gradualmente in sé il massimo di energie psichiche. Dopo lunghi periodi di addestramento si arriva a una concentrazione sempre maggiore di energie represse che incidono profondamente sull’elevazione del pensiero nell’azione e sulla sua fulminea rapidità.  Perciò, per dare all’atleta una maggiore conoscenza e padronanza delle proprie forze, lo Zen è insegnato anche nelle palestre.  E nel tiro con l’arco (Kyudo) per esempio, si richiede prima dell’azione un accurato accumulo di forze psichiche da liberare insieme alla freccia scoccata.  Questo principio di sospendere l’azione, al fine di esaltare una spinta liberatrice, mi rese sempre più certo che tutto si generava nel contrasto di due forze opposte.  Tutto era legato al principio e allo spirito creativo dell’Equilibrio dialettico.  Mi resi conto che a Calcutta, a Hong Kong, quella sorta di Zen e di Zazen che si insegnava, ricorrendo alla viduità, al fine di vedere meglio in sé, non era lontano dal mio modo di identificare il “ me stesso” attraverso ciò che è “ oltre me stesso.”  Anch’io, attraverso una specie di lucidità metafisica, mi ero visto portato dal tranquillo stato d’animo dell’atarassia a ciò che avevo chiamato “stato di oltre me” o transpresenza.  Questa nuova dimensione, che superava il profondo dell’essere, mi irradiava in uno spazio che era oltre a me.  Entrato in questo stato metafisico, nella presa di coscienza del “ soi-autre” che rende così precario il “ soi-même” , tanto comune, disponevo non  solo dell’energia psichica che si accumulava in me, ma anche di quella che mi circondava.  Ed era allora che percepivo un surplus di vita che si sublimava nell’accordo tra il “ me” e il “ non me”, trasformandomi, spirito e corpo, in un solo impulso; il mio essere, la tavolozza, diventavano tutt’uno.

Sempre in India, a Calcutta, accadde, nel 1941, uno dei fatti più straordinari della mia carriera di pittore. Una sera, tornato a casa tardi, prima di mettermi a letto, mi accorsi di avere ancora da pulire la tavolozza.  L’avevo preparata nel pomeriggio, pensando di rincasare prima, per lavorare.  Nonostante il peso di quella giornata, decisi di dipingere.

Mi accinsi a concentrarmi come al solito, ma poiché ero molto stanco, non riuscivo a mantenermi nella transpresenza; la perdevo appena toccavo i colori.  Mi era impossibili fare questi due sforzi simultaneamente.  Fu così che, costringendomi a una concentrazione più intensa, persi completamente la nozione di me stesso.  Non so quanto tempo trascorse…  Ad un tratto sentii una scossa; era una finestra che sbatteva violentemente.

E ciò mi riportò alla realtà.

Mi sembrò per un attimo di aver dormito; ma, sconvolto, mi accorsi invece di aver dipinto, ed in stato di profonda trance.

Guardavo con meraviglia le mie dita imbrattate di colori e una grande tela a metà riempita.  Non sapevo cosa pensare.  Lo stile del dipinto non era affatto mio!... Era più vivo, più dinamico della pittura già eseguita a Khartum sotto l’influsso della transpresenza.  Scoppiai in una risata e mi sentii sollevato.

“Questa volta mi sono superato” mi dissi. “ Ritorno da una vita ben diversa dalla mia!”

Il mezzo dipinto tutto vibrante di colori e  forme nuove era lì, in piena luce.  Ma in me c’era una subdola stanchezza, mai sentita prima.  Al mattino, guardando meglio il dipinto, ne fui entusiasta.  La tecnica e la “fantasia” dell’opera erano di una nettezza e di una originalità a me sconosciute.  Pensai che la sera precedente la transpresenza troppo prolungata mi aveva completamente escluso per far posto in me a un subconscio-base, primitivo che, continuamente represso dalla nostra civiltà, non si rispecchia più in noi ormai da millenni.  Mi dissi scherzando:

“Ho ricevuto una visita… forse un antenato della mia stirpe è passato a vedere l’ultima creatura della sua progenie!”

Sono sempre stato attratto dall’antropologia.  Più di una volta avevo cercato, con la fantasia, di immaginare i tratti e la vita di un ominide, di un uomo perso nella notte dei tempi, di un antenato al quale dovevo la vita.

E non so perché mostrai questo nuovo dipinto al mio parrucchiere e ad altri conoscenti del quartiere.  Essi non amavano l’astratto, ma sentii che erano sinceri nell’ammirarlo.  Quasi che la mia pittura toccasse in loro una molla segreta comune a tutti, il sub-subconscio.

Ero certo di aver ritrovato un vecchio accordo perduto, quello dell’uomo arcaico davanti al suo semplice e primitivo subconscio, più veritiero del nostro.  Mi resi conto che il mio alfabeto pittorico si era arricchito di nuovi segni, di nuove forme e che quella strana pittura era una proiezione del mio subconscio.  Perciò pensai di chiamarla subform.

Per due o tre settimane aspettai la sera per cercare nell’oblio di me di ritrovare la stessa spinta creatrice. Mi accanivo a rivivere ogni momento precedente a quella singolare trance, ma non rammentavo più niente d’importante, a parte la decisione che avevo preso di immergermi al massimo nella transpresenza.

Con disappunto mi accorsi che era impossibile ritrovare quel genere di pittura sub-subconscio e pensai che era proprio il mio istinto di conservazione, se non un’inconsapevole prudenza, a tenermi lontano da quella “ terra di nessuno”.  Forse temevo di ritrovare in quello stato di trance, ai limiti dell’essere.  Così passarono molti giorni senza che io potessi dipingere.

Poiché avevo già da tempo l’intenzione di andare a Nuova Delhi, decisi improvvisamente – come mi era già capitato più di una volta - di partire. Trovavo sempre interesse ed entusiasmo nel poter dire: domani parto!...

Mi dava un senso vivificante di libertà.  Era un ricominciare e, quando sentivo la monotonia della mia solitudine, partire significava immergermi in una vita nuova.  Ma “ domani” in indiano vuol dire anche “ mai”, come l’ironico “ bukra” d’Egitto.

Il caso, questo fantasioso folletto che solo può prendersi gioco del disciplinato rigore del nostro Cosmo, che combina e scombina i nostri fatti, mi fece partire solo tre mesi dopo perché, nel modo più impensato, riscoprii la pittura subform.

Alla vigilia della mia partenza mi dedicai in fretta agli ultimi acquisti.  Faceva già sera e mi rimaneva di salutare qualche conoscente tra cui, proprio il meno importante per me, un corniciaio, doveva essermi di capitale importanza.  Pensavo di sbarazzarmi presto e infatti fu così…

Abitava in una vecchia casa nella quale, dietro a un portone, si doveva scendere una scala scura e stretta, lungo la sua bottega-deposito di cornici, che conduceva al sottosuolo.  Questo sbucava infine su una scala di pietra con i muri imbrattati di disegni.

Tutto questo complicato percorso per una visita quasi inutile finì per esasperarmi e mi affrettai a salire i gradini tre alla volta, liberando alla meglio le mani cariche di pacchi, per avere la destra libera.  Ma appena arrivato al piano dove abitava, il quarto o il quinto, la mia mano si trovò lì, tesa per battere, ma nello stesso tempo inspiegabilmente impacciata e vincolata nell’immobilità. Per un secondo ebbi la sensazione di un non so che di familiare, di analogo a un’altre mossa interrotta.  Con gli occhi fissi su quel braccio teso, mi ricordai improvvisamente un particolare che la trance di quella straordinaria serata mi aveva fatto dimenticare.  L’eccessiva stanchezza  di quel giorno non mi aveva permesso, come le altre volte, di mantenere lo stato di transpresenza parallelamente alla pittura.  Snervato, quasi in dispetto ai miei inutili sforzi, e rassegnato ormai a buttare via i colori, avevo preso una ferma decisione: Mantenere un po’ la transpresenza senza lasciarla collegarsi automaticamente all’impulso del dipingere.  Ricordai anche il braccio teso, difficilmente contenibile nello sforzo di impedirmi ogni mossa, nonostante la pressione sempre più incalzante della viduità.

Ora, davanti alla porta del corniciaio, rimasta chiusa, sentii in me come una schiarita, mi sembrò di congiungermi con l’infallibile meccanica che portava al sub-subconscio.  Credevo fermamente nella forza del contrasto; per me era lui il creatore della necessità, base universale di tutto, della nostra esistenza, della nostra civiltà.

Ottimista come per natura purtroppo sono anche oggi, ed in modo eccessivo, ebbi la certezza di aver scoperto come arrivare a una nuova pittura.

Scesi lentamente le scale.  Tutto sembrava trasformato.  Anche il sottosuolo che portava all’uscita mi sembrò più caratteristico che brutto.  Quella sera mi sentivo immerso più che mai nella magica atmosfera di Calcutta, città dei miracoli.  Andai a sedermi nel primo caffè che mi capitò di incontrare.  In quel piccolo chiassoso ritrovo indigeno, davanti al cassone della radio che diffondeva a tutto volume le ultime notizie, decisi di rimandare la mia partenza.

La pittura era tutto per me.  In quel periodo di guerra, l’ambiente indiano era più che mai ostile agli europei.  Era una diffidenza che mi rattristava.  Nel mio animo mi sentivo vicino all’indiano ed ero cosciente dei suoi diritti, dei suoi problemi.

E’ in quei momenti di vita solitaria e repressa che l’artista sente maggiormente la necessità di rifugiarsi in ciò che ama, in ciò che lo appassiona.  Egli tende a superarsi nel desiderio di trasformare, di creare, di rispecchiarsi in un essere nuovo, in una presenza più integra, al di là dei “ muri” del tempo.  Ritornando verso casa, pensai a lungo come evitare di lasciarmi travolgere dalla trance.  Questa volta temevo maggiormente le conseguenze che da essa potevano derivarmi.  D’altra parte mi sembrava di andare a scoprire una Terra nuova, sconosciuta e ciò mi rendeva più forte.  Rientrato nella mia camera non mi sentii di concludere ancora la serata.  Tutto mi sembrava eccezionale.  Preparai le luci, tirai fuori le polveri, l’olio, il necessario per impastare i colori, rimanendo un po’ estraneo a tutto quel che facevo; rimanevo distaccato perfino da me stesso, tanto viva era in me l’intenzione di sfuggire alle cose, di sorvegliarmi da lontano…  Mi spronava la certezza di riuscire a ritrovare quella nuova pittura, così profonda e luminosa nel tocco.  Avevo il presentimento di decifrare con i colori tutto un mondo segreto ancora vivo in noi, di rinascere attraverso l’arte in una nuova dimensione, più autentica, essenziale, metafisica.  Ma nello stesso tempo s’insinuava in me qualcosa di strano.  Avevo paura.  Una paura profonda, subdola, il timore di essere travolto da un’esperienza psichicamente e mentalmente rischiosa. 

Nel mio passato sovente avventuroso avevo superato coraggiosamente brutti momenti ma, sono certo, quella sera la paura mi stava davanti.

Come al solito, finiti i preparativi, con la pennellessa pronta in mano,tutto proteso davanti alla tavolozza, cominciai a concentrarmi, cercando di ripetere quanto mi ricordavo di quella lontana serata, mi sforzai di contrastare al massimo l’abitudine, ormai radicata in me, di cominciare a dipingere appena ottenuta la transpresenza.  Dovetti sforzarmi a lungo per staccarmi dalla realtà, mentre nel fondo dell’animo, con il cuore che quasi sentivo battere, avvertivo ogni tanto un richiamo alla prudenza…  Ero nel vortice di due contrari usualmente tesi.  Più lo stato di transpresenza si intensificava, più mi era difficile trattenere l’impulso del braccio spinto a dipingere.  Così, mentre da una parte mi inoltravo sotto la cappa ermetica della transpresenza, nella stretta di una sempre maggior concentrazione, dall’altra mi rifiutavo all’impulso quasi automatico del dipingere, a quella funzione profondamente acquisita, predeterminata dalla stessa transpresenza.  Era come il gioco di una molla che si avvinghia e si libera, come l’alternare sempre crescente tra ricettività e reazione.

Poco a poco mi spersonalizzavo in uno stato semi ipnotico, nell’astrazione di me stesso.  Improvvisamente ebbi la sensazione che tutto in me si bloccava.  Avvertii un attimo di suspense!

Tutto sembrò magicamente cambiato e, ad un tratto, mi accorsi che stavo già dipingendo. Un’emozione sovrumana mi avvicinava al dipinto, a una tavolozza pazza e a una mano possente che frugava nelle vene aperte dei colori.  Non era “ dipingere”, era esistere in una nuova e più autentica dimensione, era “ essere”.  Io non dipingevo più, creavo, rimpiazzavo il “ fare” con il “ creare”.

Non avevo più paura.  Nell’esplosione di quelle frenetiche, folgoranti energie del dipingere, c’era la rabbia accumulata di mille paure ancestrali represse.

Decisi di dipingere sempre in quel modo.  Ero guidato da una nuova dinamica che trovava la sua genesi in tempi ormai lontani..  Ciò si ripercuoteva nella meccanica del mio dipingere con energie improvvise, ma sempre corrispondenti alla razionalità del mio mestiere di pittore ben acquisito che, in fondo, è più vicino al subconscio che alla volontà.  Per di più mi sembrava che ogni pennellata fosse in se stessa punto di partenza e di arrivo, che nascesse già compiuta, tanto era determinante.  Mi rendevo conto che nel fondo del nostro essere siamo meno l’uomo di oggi che l’homo semper, un ramo ancora verde dell’ominide.  E’ così che la dinamica del mio dipingere è determinata da questo istinto base che mi spinge a proiettare sulla tela quel palpito di vita misteriosa che una volta fu nostra.  Nella mia pittura c’è il significato di impulsi e anche di messaggi che non sono del nostro comune subconscio, ma di un sub-subconscio, quello arcaico che si è affermato in noi per milioni di anni e che poi abbiamo represso.  Quando dipingo subform mi sento completamente smarrito in un altro mondo.  La liberazione degli impulsi dell’istinto profondo determina in me la presenza di una forza superiore, diretta e irrefrenabile, che si sfoga nel dipingere.  E’ una dinamicità metafisica così concentrata, da allontanarmi da me stesso e dal mio modo di fare e tale da trasmettermi forme e figure sconosciute, sorprendenti, che però suscitano in me l’affetto che si prova nel rivedere luoghi ed esseri familiari, da tempo dimenticati.   Sovente sulle tele nascono creazioni, forse riflessi di realtà vissute in tempi remoti, che in seguito mi suggeriscono di essere completate o corrette con qualche tratto.  Così, la trascendenza del gesto che tende all’essenziale, il tocco deciso ed assoluto che riduce le forme al minimo, l’impeto e la passione che mi travolgono, diventano elementi fondamentali della tecnica e dello spirito che il sub-subconscio m’impone, prendendo possesso di me.  La mia mano, il mio modo di dipingere, la mia esperienza pittorica ed anche talvolta il riflesso di una ossessiva fantasia o di una impressione recente, vengono anche loro sottomessi, nella frenesia dell’azione, a una forza istintiva, a un senso metafisico a me ignoti.

Immerso nello stato di semitrance, sospeso forse a un lieve filo di coscienza che veglia, che non mi lascia travolgere completamente, guardo oltre la ragione e i sensi.  Attingo impulsi, nuove e vivificanti energie in quella dimensione che potrei definire l’al di là di me stesso.

Sarebbe umiliante e inutile riempire la tela con i risaputi riflessi dell’uomo d’oggi, con i suoi banali e inconsci impulsi a ripetizione.  Lascio il mio talento di pittore nelle mani di un  essere più naturale, più risoluto e senza complessi.

Nel subform, “creare” è diverso dal “ fare”, anche perché il “ fare” presuppone l’intenzionalità di eseguire qualcosa che si ha in mente, che si conosce già, mentre “ creare” è “ fare un non so cosa”, ignorando ciò che verrà alla luce. 

La vita stessa è dovuta a un senso di creazione che esclude la volontà di fare; la nostra carcassa di viventi non è stata fabbricata o costruita, ma proviene da uno Spirito metafisico che ha spinto la materia a creare la vita.

Anche l’artista crea quasi sempre sotto l’effetto di una spinta, di una emozione, di una reazione.  Rossigni trovava brio per le sue composizioni con un buon pasto e Schubert si lasciava ispirare dallo sguardo di una fanciulla.  Era con decine di caffè che Balzac stimolava il suo estro e Michelangelo lavorava sotto l’impulso di una frenetica aggressività, collegata forse, a tratti, al suo sub-subconscio.  Qualche volta, mentre dipingo, ho la sensazione di vaghe e impazienti ombre latenti in me, ed appena esse prendono forma e carattere nel gioco dei colori, avverto una singolare esaltazione.  Ciò mi conferma che nel mio sub-subconscio c’è un magma ancora vivo di immagini represse.  Dipingere per me è diventato più che mai una necessità psichica che, nel disporre di nuove forza, mi dà la consapevolezza di una vita più autentica.  Nell’escludermi con meditazioni preliminari alla transpresenza, nell’esaltazione del Nulla, io mi avvicino a quella realtà più vera e più pura che un tempo fu nostra.

Certamente non si potrà mai ritrovare la vitalità di una volta, l’autentico senso dell’esistere, della metafisicità che solo a tratti ancora ci illumina.

C’è, ad esempio, qualcosa di profondo ed essenziale che trasale nel mio intimo ogni volta che incontro lo sguardo della mia bambina.

Tutta la tenerezza interrogativa che la piccola Laura mette nei suoi occhi esclude, trascende l’uomo distorto e deformato da tutta una vita falsa e convenzionale.  In quegli attimi mi rendo conto che siamo sempre più soggiogati dalla confort-coscienza, dalla materia che perfezioniamo ed addestriamo al nostro servizio.  Ci oggettiviamo, ci caratterizziamo in rapporto agli oggetti che crediamo di possedere, ma che in fondo ci possiedono nel paralizzante monologo oggetto-uomo.  Non ci accorgiamo che il trionfo della materia è in rapporto diretto con la nostra decadenza, e che a forza di essere determinata diventa determinante, e anzi già ci processa e ci condanna…

Per me è stato di grande conforto aver trovato, almeno per la mia arte, questa felice evasione in una psiche più autentica e più vitale, e un nuovo stile completamente libero e dinamico.  Uno stile o, piuttosto, una maniera, una zampata di vita…, di nuove energie che la mano plasma freneticamente nei colori.

Queste nostre mani, “ abili e astuti strumenti”, come le chiamò Shakespeare, devono aver raccolto nel loro incredibile passato un immenso bagaglio di sapere e di destrezza.  E’ per avere la loro libertà che, forse, l’ominide ha scelto la posizione eretta.  E chissà se non è la prensilità e l’istintiva memoria delle mani che, per riflesso, hanno portato il nostro cervello a captare le idee, a spingerlo al gioco del pensiero e della volontà, base caratteristica dell’uomo.